Dall'Ecuador don Giuliano Vallotto invia due lettere: nella prima esprime amarezza perché a don Graziano Mason e a lui è stata tolta la parrocchia, nella seconda chiede un aiuto per sistemare abitazioni di ex-terremotati.
Cari amici,
da un mese e mezzo ci hanno tolto la parrocchia senza avvisare con anticipo nessuno, né noi due (don Graziano ed io) né la diocesi di Treviso. Credo che questa maniera di agire improvvisa e imprevista dovrebbe essere oggetto di riflessione quanto meno da parte degli organismi ecclesiali coinvolti e cioè la diocesi di Treviso, i "Fidei Donum",e la Diocesi di QUITO che, forse, consapevole "ex-post" di non avere rispettato le regole elementari della collaborazione tra chiese e lo stesso ... galateo (!) ha fatto dell'ingresso del nuovo parroco una manifestazione muscolosa di potere ecclesiastico con la presenza dei 3 vescovi e di 15 preti!
Credo che il discorso dell'Arcivescovo al rito di "immissione in possesso" del nuovo parroco (ancora si usano queste parole lontane dalla realtà e dal Vangelo) sia un testo da studiare soprattutto in relazione con quanto va dicendo papa Bergoglio alla Chiesa: "la memoria storica e le radici " "La sinodalità" "La piramide al rovescio…" "il posto delle donne nella Chiesa anche in posti di rilievo...", "la nuova relazione con la creazione...". Nessun accenno di tutto questo! Secondo l’arcivescovo-primate, nella parrocchia Cristo Resucitado bisogna che il nuovo parroco abbia "l’audacia del futuro", cioè dovrà impegnarsi a raddrizzare quello che di "storto" è stato fatto fino ad ora: dissociarsi dal passato per aprirsi al futuro. Concretamente non lasciarsi prendere dalla nostalgia di ciò che è stato fatto dal P. Carollo (la scelta di una vita per i poveri) e che è stato continuato da don Graziano, dalle suore domenicane, dalle Serve della carità e dalla mia persona.
In che consiste questa rottura con il passato? In primo luogo bisogna recuperare il potere del parroco nella conduzione pastorale della parrocchia. Questo deve succedere nella Cristo Resucitado esattamente in un mese (ottobre) in cui il papa invita tutta la Chiesa a pregare perché "i laici e soprattutto le donne possano occupare posti sempre più importanti nella Chiesa". Mi è stato riferito dal parroco che in un colloquio personale poco prima di entrare in parrocchia l’Arcivescovo gli aveva raccomandato con una espressione abbastanza volgare (bolas…) di riprendere in mano la conduzione pastorale della parrocchia gestita secondo lui dalle suore. Nel dialogo che avevamo avuto con lui (suor Clementina, suor Juanita, e la mia persona) avevo sottolineato l'iniziativa e l'apporto pastorale che in tutti questi anni le religiose avevano dato in beneficio anche dei preti "che così potevano dedicarsi con più tempo alla riflessione della Parola di Dio che mi pare abbastanza carente tra i preti della diocesi".
Da tempo, soprattutto per iniziativa di una suora molto preparata, in parrocchia si pratica la "catechesi famigliare" che consiste nella convocazione settimanale (di domenica, per quanto è possibile) di genitori e figli che partecipano a due forme di catechesi differenti con l’obbiettivo di fare dei genitori i primi catechisti dei loro figli. La preparazione per ciascuno dei sacramenti è della durata di due anni. Si coltivava, mediante catechesi e ritiri la preparazione dei giovani della cresima e allo stesso tempo si organizzavano ritiri per i gruppi giovanili della Quito sur e per quelli della Gatazo (i due centri pastorali che formano la parrocchia) animati dalle suore. La preparazione al matrimonio si effettuava con nove incontri esclusivamente biblici e in forma personalizzata (coppia per coppia) e si chiedeva alle coppie una preparazione di tipo psicologico e antropologico con 3 - 4 incontri con uno psicologo della Casa della famiglia. In prossimità delle grandi feste o di qualche evento si facevano ritiri con diverse categorie tutti a partire dalla Parola di Dio.
Certo tutto questo poteva essere sentito come un percorso molto esigente al punto che forse un certo tipo di fedeli cercava alternative più facili in altre parrocchie che seguono i consueti canoni diocesani. Si potrebbe anche parlare dei piccoli gruppi di "comunità di base" presenti nel territorio in forma capillare anche se costituiti nell'attualità da persone abbastanza anziane che però possiedono una ottima conoscenza del territorio e che si riuniscono settimanalmente per pregare, ascoltare il Vangelo e prendere in considerazione certi casi che capitano nel loro isolato. La visita agli infermi e agli anziani era fatta da un gruppo di persone che settimanalmente li incontravano e portavano loro la Eucaristia. Io andavo nelle loro case tre volte all'anno per confessarli.
Il Consiglio Pastorale aiutava le suore responsabili insieme con noi preti a organizzare le attività pastorali e il consiglio economico con la firma del prete ma con la completa gestione di una suora e di una laica informava la comunità di mese in mese. Una scelta del tutto diversa, mi pare, da quello che normalmente si pratica qui era un certo stile di vita abbastanza semplice almeno nelle intenzioni e soprattutto un tentativo di praticare la scelta preferenziale dei poveri. Questa scelta implica molte altre cose e può disturbare. Però questa era l’eredità ricevuta in dono dal P. Carollo che era un salesiano che aveva lasciato la congregazione senza chiasso e si era fatto diocesano di Quito per poter portare il Vangelo nelle periferie, donandosi totalmente ai poveri.
Tra i salesiani ci sono anche qui delle bellissime persone, ma ci sono altri che assomigliano molto a Bertone, il cardinale che andava pavoneggiandosi per Roma. Devo dire che la segretaria di Carollo è ancora convinta che i salesiani che chiameremmo bertoniani non gli hanno mai perdonato questa scelta. Mentre scrivo mi domando perché ho sentito il bisogno di ricordare queste cose che non hanno niente di straordinario. Ed è che ora bisognerebbe fare uno sforzo per capire quali di queste attività devono essere consegnate definitivamente al passato e quale futuro "audace" di Chiesa ci si proponga di costruire. Padre Carollo ispirandosi soprattutto all'opzione preferenziale per i poveri è stato il fondatore della Chiesa nel Sud di Quito. La sua memoria perdura perfino tra i taxisti a 15 anni dalla sua morte. Al vescovo ausiliare (tra parentesi: un vero ausiliare dell’arcivescovo!) dissi non molto tempo fa che se nel centro pastorale Cristo Resucitado non c'è la presenza massiccia (come in altri quartieri di Quito) di chiese evangeliche formate da quasi tutti fedeli che hanno abbandonato la Chiesa Cattolica si deve a mio parere alla memoria del P. CAROLLO e alla devozione molto sentita dal popolo alla Vergine Maria.
Al mio arrivo quasi sei anni fa come collaboratore del don Graziano che rappresenta la continuità delle scelte fatte a suo tempo mi sono unito a questa bella storia apportando di mio una attenzione alla Parola di Dio come fondamento del nostro agire a tutti i livelli. Per questo fu creata la scuola biblica che da 4 anni si tiene tutti i giovedì dalle 19 alle 21. La celebrazione domenicale molto bella riceveva maggiore profondità anche da coloro che vi partecipavano.
Ancora mi domando senza darmi una risposta quali di queste attività devono essere archiviate definitivamente per incominciare una audace riforma. Una risposta globale forse c'è. In alcune chiese dell'America Latina e forse in molte, il Concilio né è stato digerito, né applicato. Medellin, Puebla....i grandi profeti latino-americani sono appena un ricordo del passato. Ho l’impressione che si è voltato pagina e che questa memoria del passato disturbi. E forse, per questo, papa Bergoglio è oggetto di venerazione formale ma non di accettazione del suo messaggio. America Latina stenta a produrre profeti e comunità profetiche. Si sono perfino appropriati del loro linguaggio per un ritorno al passato che farà aumentare l’emorragia dei fedeli. Chiudo con molta amarezza,
Don Giuliano
Cari amici,
Credo che molti fra di voi hanno ricevuto la lettera nella quale vi comunicavo che ci avevano tolto la parrocchia. Ho voglia, però non ora, di scriverne un‘altra per spiegarvi perché ho deciso di rimanere e come sto riorganizzando la vita.
Con questa lettera, però, mi rivolgo a voi per un altro motivo. Fin dall’inizio voi mi avete accompagnato per la realizzazione del progetto Muisne. Nella fase della costruzione la vostra collaborazione è stata determinante e determinante è stato il vostro aiuto quando ci fu l’inondazione. Sono qui, ora, per domandarvi uno sforzo ulteriore.
Ci sono tre situazioni che vi propongo.
La prima è la costruzione di una casa per il responsabile della parte comunitaria del terreno e delle strutture comunitarie. Edison Castro si occupa dell’animazione della comunità, dell’organizzazione del lavoro comunitario (minga), delle piantagioni e dei raccolti. Ha moglie e tre figli. Ultimamente gli è stato assegnato un mezzo ettaro di terreno che con l’aiuto del papà è già stato seminato completamente. Il costo si aggira sui 6000 dollari.
Il secondo. Una delle 40 case era stata costruita per la metà su un terreno di riporto che a distanza di due anni ha ceduto. Ora ha bisogno di un intervento immediato per un valore che si aggira sui 2500 dollari
E c’è una terza situazione. Poco prima della pandemia si è presentata una famiglia con cinque figli che non aveva casa e non sapeva dove andare. È stato impossibile resistere e le abbiamo dato una casetta di bambù e legno sospesa sopra otto puntali di legno che rapidamente si sono marciti alla base. Li abbiamo sostituiti con colonne di cemento che hanno avuto il loro costo. Ora mancherebbe il bagno, il pavimento in cemento e i muri perimetrali. Il costo si aggira sui 3000 dollari.
Come vedete si tratta di raggranellare una cifra di 11500 dollari. Tutto quello che ho, come sempre, ce lo metto tutto, però non basta, anche perché il cambio di casa mi è costato e mi costa.
Potete voi continuare ad aiutarmi? Scusate la sfacciataggine, ma quando è per gente che ha bisogno non mi vergogno.
Un abbraccio a tutti,
Don Giuliano
