Quito Sur, 21.XI.2015
Cari amici,
che avete vissuto l’esperienza di accoglienza avviata a Cavaso del Tomba e consolidata successivamente a Giavera e in molte altre case e iniziative di parrocchie e di amministrazioni comunali, sento il bisogno di scrivere perché sta arrivando fino a qui, in Ecuador, l’eco dei sentimenti di rifiuto e perfino di vendetta che si stanno diffondendo con aggressività in tutta Europa. In momenti cos’ gravi di sconvolgimento trovo necessario prendere le distanze per ripensare tutto alla luce della storia passata.
I fatti di Parigi sembrano smentire clamorosamente la cultura del dialogo e dell’accoglienza che aveva trovato in Francia, molto prima che in Italia, un cantiere, un laboratorio di esperienze e di prospettive per costruire un futuro di rapporti buoni e fecondi tra religioni e culture differenti.
Questo indirizzo con il conseguente tessuto di rapporti umani che si andava creando trovava allora anche in Italia fortissime opposizioni che si cristallizzavano in movimenti e partiti che, a causa di questo, guadagnavano molti punti sul terreno della rappresentanza politica. Questa posizione si trasformò in una miniera di voti.
La idea che li sorreggeva era l’incompatibilità o meglio lo scontro di civiltà dal quale una doveva risultare vincitrice per essere riuscita a eliminare le rivali.
Le difficoltà di lavorare tra gli immigrati con un progetto di dialogo, alternativo allo scontro, erano grandissime, però, poco a poco, la conoscenza personale con loro, l’aumento della presenza di bambini, ragazzi e giovani provenienti da altri paesi, una maggiore flessibilità di adattamento della popolazione immigrata stavano creando migliori condizioni di convivenza e incominciavano a dare corpo al sogno della convivenza. La idea dello scontro di civiltà, che non è solo un’idea ma un progetto di società planetaria, pur nata nel mondo occidentale (Stati Uniti) non si è fermata qui. Essa ha invaso il campo avverso. Di essa si sono impadroniti movimenti e organizzazioni radicali islamiche che l’hanno abilmente sfruttata in senso antioccidentale, per ottenere un consenso popolare che ancora non aveva chiuso i conti con gli ex paesi coloniali dominatori nella scena mondiale.
Convinti che occorre arrivare a uno scontro finale non sono solo i lepenisti o leghisti di casa nostra, sono anche l’Isis e i suoi movimenti satellitari. Gli uni e gli altri vogliono arrivare all’eliminazione dell’avversario.
La differenza sta, almeno per il momento, nel grado di somma barbarie e di crudeltà, dei mezzi usati dall’Isis e c. Ma la finalità è la stessa. E gli attori sono gli stessi di 30 anni fa. Quello che cambia e questo si(!) è preoccupante, è il consenso popolare che i “signori della guerra” e teorici dello scontro stanno ottenendo da una e dall’altra parte. Sta capitando quello che è capitato nella storia di Gesù. Stamattina ho letto nel Vangelo di Luca cap. 19, che la forte opposizione a Gesù era condotta dai sommi sacerdoti, dalla corporazione dei “dottori”, gli scribi, e dai capi, ma il popolo era dalla sua parte. Che cosa è successo che dopo qualche giorno questo stesso popolo accorre gridando sotto il balcone di Pilato: “Sia Crocifisso!?”
L’erosione del consenso attorno a Gesù fu dovuta all’opera (diabolica) dei settori dominanti.
I popoli dell’una e dell’altra parte hanno più motivi di stare in pace fra di loro che di farsi la guerra!
In questi giorni ho ricevuto un bel paio di scarpe da un mio amico musulmano. Quanti altri uguali e più belli episodi di convivenza fraterna ciascuno di noi potrebbe raccontare!
Il pericolo attuale è che i settori violenti dell’una e dell’altra parte prendano il sopravvento. La loro strategia è raffinata e speculare. La violenza di una parte giustifica e alimenta la violenza dell’altra parte. Per continuare a realizzare il loro progetto hanno bisogno l’uno dell’altro. Come negli anni 90? In Algeria: la violenza dei militari aveva bisogno della crudeltà dei gruppi radicali islamici. Allor aera una guerra interna tra musulmani, ora questa logica si è spostata tra due aree di civiltà. Il problema è che oltre allo scontro c’è l’abisso! E forse, ci potrebbe mancare il tempo di battersi il petto come, tardivamente, fece il popolo sotto la Croce.
Per questo ritengo urgente riprendere con forza e con maggiore decisione il cammino dell’accoglienza e del dialogo. Ai terroristi che usano la morte come strumento di consenso politico dovremmo poter ripetere quello che un giovane sposo francese rimasto vedovo dopo uno degli attacchi terroristi di Parigi, scrisse in un twitter: “non <avrete il mio odio. Non vi farò il regalo di odiarvi. Voi lo cercate, però rispondere all’odio con una collera sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi ciò che siete. Voi fate di tutto perché io mi impaurisca , che guardi con sospetto le persone che incontro per strada, che sacrifichi la mia libertà a cambio della sicurezza. Avete perso! Io continuerò ad essere lo stesso di prima. Mio figlio di 17 mesi crescerà libero e felice. Perché voi, no, voi non otterrete il suo odio!”. La chiesa, oggi come ieri, quantunque in solitudine dovrà continuare ad annunciare con le parole e con i fatti, la forza dell’amore, della pace e della riconciliazione.
In questa opera che potrebbe essere per qualche tempo solitaria, abbiamo la fortuna di avere come battistrada Francesco, figlio di emigrati italiani.
La sfida è di nuovo stimolante, però ce la faremo!
A tutti voi Buon Natale e Buon Anno nuovo.
Don Giuliano
